Pordenone

Pordenone

Matteo Basaldella, Mara Prizzon

“Pordenone 2027. Città che sorprende” lo slogan con il quale si vuole dimostrare come dietro lo sguardo operoso di città industriale, Pordenone possa sorprendere. Sotto la superficie nasconde uno spirito ribelle fatto di arte, musica e libri, rivelando una nuova idea di città da esplorare, più bella, sostenibile e inclusiva.

A partire dalla seconda metà dell’800, come tante altre città italiane, anche Pordenone si affaccia al periodo chiamato Rivoluzione Industriale. Non a caso la città verrà definita, oltre che ‘città d’acqua’, la ‘Manchester del Friuli’, a causa di tutta una serie di attività proto industriali che iniziano a sorgere. Come scrisse il docente universitario Stefano Agosti, ‘gli ultimi anni dell’Ottocento segnano per Pordenone un felice periodo di rinnovamento politico, di sviluppo industriale e demografico, nonché di vivacità culturale’. La nascita dei cotonifici e dell’industria, i cambiamenti urbanistici, l’aumento demografico, l’arrivo della ferrovia e il cambiamento della fisionomia della città, sono tutti momenti cardine della storia della città. Pordenone in questi anni cambia e si trasforma ma, ancora almeno fino al primo dopoguerra, manterrà la contraddizione che distingue ogni cambiamento: il convivere tra il nuovo e il vecchio, la grande industria con il piccolo artigianato, le immense opere architettoniche (fabbriche e ferrovie) con le piccole case del Borgo Vecchio, l’arrivo di spiccate personalità quali Garibaldi con l’immobilità della vita della famiglia contadina comune. Il movimento, dunque, non è mai un processo lineare, ma caratterizza la città e le sue persone, dovendo Pordenone da un lato accogliere una moltitudine di operai provenienti dalle campagne circostanti, dall’altro dovendo salutare una serie di consuetudini e tradizioni secolari che le appartenevano, a partire dalle rogge e dalla presenza dell’acqua, che verrà in parte sacrificata per far spazio al ‘progresso’. 

Il 21 ottobre 1866 la città di Pordenone, con un plebiscito di 2035 voti a favore e nessun voto contrario, entra ufficialmente nel Regno d’Italia. In questo momento la sua storia industriale era già iniziata da diversi decenni: ceramiche, cartiere, cotonifici sono ormai delle realtà consolidate. Da un punto di vista demografico, gli abitanti passeranno dai poco più di 3.000 di inizio secolo ai quasi 14.000 di inizio Novecento. Questo è dovuto in parte al miglioramento delle condizioni igienico sanitarie, ma soprattutto all’arrivo di molti operai che trovano occupazione nei cotonifici e nelle tessiture: nel 1811 nasce la Ceramica Galvani, nel 1840 il Cotonificio di Torre e, soprattutto, nel 1875 il Cotonificio Amman di Borgomeduna, modello di efficienza e produttività notevole per il periodo storico. Con l’arrivo degli operai nasce proprio nel 1866 la Società Operaia di Mutuo Soccorso che, ancora oggi attiva, si occupava di fornire sussidi, insegnamento, case popolari e sostegni per malattia e infortuni proprio a quella classe operaia che iniziava a popolare la città. 

Pordenone nel XIX secolo divenne uno dei più importanti poli industriali del Nord Est, attirando capitali e imprenditori, interessati a maggior ragione dal fatto che la città venne unita al Veneto grazie alla costruzione della strada napoleonica (1821) e della ferrovia (1855). Un’altra molla allo sviluppo industriale della città fu data dall’arrivo dell’energia elettrica con la costituzione della Società Anonima Imprese Pubbliche di Pordenone il 13 luglio 1887, e due anni prima, della Banca di Pordenone. A fianco della classe operaia si andava creando una classe di imprenditori che avrebbero creato la Pordenone che conosciamo oggi, industrialmente ed architettonicamente parlando. Con l’arrivo della classe operaia e l’aumento demografico, nacquero iniziative culturali oltre che scolastiche: nella seconda metà dell’Ottocento europeo si impose la necessità di combattere l’analfabetizzazione acculturando i ceti popolari ed operai, oltre che sviluppando strutture educative per i ceti medi. 

Il 1800 è un secolo segnato dal movimento di persone, merci, capitali in tutta Europa, e Pordenone venne coinvolta da protagonista in questo fenomeno. L’entusiasmo e la forza di una città si sarebbero scontrati ben presto con un processo di regressione dovuto alla Prima Guerra Mondiale che avrebbe portato a povertà, fame e carestie, con la conseguenza brutale dello sviluppo di un processo di emigrazione verso l’estero da parte di migliaia di persone in cerca di maggior fortuna.

Il percorso qui proposto è volto proprio a raccontare la storia della Pordenone del XIX secolo. Un secolo che accoglie al suo interno il vecchio e il nuovo, il bello e il brutto di ogni processo di ‘evoluzione’, un secolo caratterizzato da contraddizioni ma allo stesso tempo da grandi cambiamenti politici, tecnologici, socio economici. Buon viaggio.

  1. Il Trasporto sull’acqua e il fiume Noncello
  2. Il Ponte di Adamo ed Eva
  3. Chiesa della Santissima Trinità
  4. Il Borgo di sotto
  5. Palazzo Gregoris
  6. La targa di Garibaldi in corso Vittorio Emanuele
  7. Teatro della Concordia
  8. Il castello della città
  9. Le rogge e la pescheria
  10. L’acqua e le rogge di Pordenone
  11. La prima lampadina: Piazza Cavour,
  12. Via Mazzini
  13. La stazione e l’arrivo della ferrovia
  14. Il cotonificio Amman

Durata: 120 minuti Difficoltà: bassa Periodo: tutto l’anno Abbigliamento: comodo

Gorizia

Gorizia

Vanni Feresin, Ivan Bianchi

Il borgo di San Rocco sorse alla fine del Quattrocento attorno a una cappella dedicata ai Santi Sebastiano e Rocco, protettori dalle epidemie e dalla peste. Nel Settecento fu sede di ben settanta bachicultori e nell’Ottocento il Borgo si trasformò in agricolo con centinaia di contadini che vivevano del proprio lavoro e commerciavano con Vienna. Tra San Rocco e la pieve di Sanpietro (oggi in Slovenia) vi erano decine di campi e gli agricoltori si scambiavano notizie e segreti del mestiere nella lingua franca, il friulano, anche le giovani contadine del Borgo si univano con i giovani circonvicini magari di lingua slovena e dai registri matrimoniali e battesimali si notano questi connubi. Vi era anche una antica via crucis in pietra tra i due borghi e il Venerdì santo si era soliti ritrovarsi tra le comunità a pregare nelle proprie lingue incontrandosi al centro dei due borghi. Dopo la divisione del 1945 i rapporti si raffreddarono, molte tradizioni scomparirono e ognuno continuò a vivere la propria esistenza all’interno del proprio Stato. Nell’ultimi trentennio i contadini sono pressoché estinti da entrambe le parti ma le due comunità hanno riallacciato i rapporti e soprattutto dopo la scomparsa del confine molti contatti sono stati ripresi. Si inizia questa passeggiata proprio dalla pieve per toccare le due parti del confine che per lungo tempo furono una separazione invalicabile e oggi rimangono a testimonianza di una fase storica.

La pieve di San Pietro, costruita negli anni Venti, conserva opere di Emma Galli Gallovich. Nel vicino cimitero è la grande tomba dei conti Coronini-Cronberg, visitata dall’imperatore Francesco Giuseppe.

Piazza San Rocco e la fontana obelisco: nel 1906 nacque il comitato per sostituire l’antico “casson” con una nuova fontana. Il progetto di Antonio Lasciac fu realizzato dallo scalpellino Podbersig e inaugurato nel 1909 con grande festa.

La chiesa di San Rocco, eretta nel 1497, fu più volte ampliata. Custodisce una pala di Palma il Giovane, opere di Rauzi, Perco e Paroli, oltre all’organo Zanin (1940). L’affresco settecentesco del soffitto andò perduto nella Grande Guerra. Ogni agosto, nel Parco Baiamonti, si celebra la sagra del patrono.

Piazza Sant’Antonio ricorda il convento sorto nel 1225 e demolito nel 1817, di cui restano archi e perimetro.

Palazzo Lantieri, dimora storica, accolse eventi e ospiti illustri, tra cui papa Pio VI. Degna di nota la sala affrescata e la volta con simboli massonici. Accanto, il palazzo Strassoldo, legato a una famiglia fedele agli Asburgo.

La chiesa di Sant’Antonio, consacrata nel 1825, custodisce la pala di Giuseppe Tominz e il soffitto di Del Neri. L’organo De Corte è oggi in Cattedrale.

L’ospedale di Santa Maria, attivo dal 1378, offriva rifugio e cure.

Il palazzo degli Stati provinciali (1542) e l’antica casa comunale (1562) furono sedi del potere politico.

Il vecchio cimitero medievale, chiuso nel 1785, si estendeva fino all’attuale piazza del Duomo. Vi sorgevano la cappella di San Michele e un manufatto ottagonale forse ossario.

La Cattedrale di Gorizia, più volte ampliata, fu distrutta nella Grande Guerra e ricostruita tra 1924 e 1929. L’interno conserva opere di Tominz, Galli e Pacassi, cappelle gotiche e barocche, nonché il cenotafio dell’ultimo conte di Gorizia (1497).

Via Rastello, antica arteria commerciale, oggi ospita la statua di Michelstaedter. La vicina Locanda Berlin ricorda il passaggio di Carlo V nel 1519. In Cocevia nacque il primo ghetto ebraico (1696) e operò la tipografia di Valerio de’ Valerj.

Via delle Monache ospitava il vasto complesso delle Orsoline, poi trasferito dopo la Grande Guerra.

Piazza della Vittoria (già Travnik) conserva un aspetto mitteleuropeo con palazzi nobiliari, la statua di Sant’Ignazio e lapidi storiche.

La Biblioteca Statale Isontina raccoglie oltre trecentomila volumi, codici e archivi. Accanto, il Seminario e la cappella di San Carlo (1768), voluta da Maria Teresa di Savoia, sono un esempio di architettura sacra settecentesca.

La chiesa di San Giovanni Battista, fondata nel 1593, fu la prima sede dei Gesuiti. Oggi appartiene alla comunità slovena.

In via Ascoli si trova Casa Ascoli, dimora del linguista Graziadio Isaia Ascoli, e la grande Sinagoga (1756), testimonianza della storica comunità ebraica goriziana. Restano tracce del ghetto, con case alte e cancelli in ferro battuto.

Palazzo Attems-Petzenstein (1733-1745), oggi sede dei Musei Provinciali, custodisce capolavori dal Settecento ai moderni Klimt e Musič. Nel giardino si ammira la Fontana dell’Ercole (1775).

Infine, verso la Transalpina, si incontrano l’ex educandato delle Orsoline e la stazione ferroviaria inaugurata nel 1906 dall’arciduca Francesco Ferdinando, simbolo dello sviluppo moderno della città.

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  1. Partenza piazzale della Chiesa di Sanpietro in Slovenia
  2. Via Vittorio Veneto (anticamente via di San Pietro)
  3. Piazza San Rocco e Chiesa
  4. Via Lantieri
  5. Piazza Sant’Antonio
  6. Cattedrale
  7. Via Rastello
  8. Crocevia
  9. Piazza Vittoria (già Travnik, già Grande)
  10. Via MameliCorso Verdi ultimo tratto
  11. Via San Giovanni – via Ascoli
  12. Via Silvio Pellico
  13. Via Monte Santo
  14. Via Caprin
  15. Piazza Transalpina
  16. Rafut
  17. Via del Santo
  18. Via Carducci (già Herrengasse – via dei Signori)
  19. Via Arcivescovado
  20. Piazza della Vittoria: Chiesa di Sant’Ignazio

Durata: 120 minuti
Difficoltà: bassa
Periodo: maggio – ottobre

Abbigliamento: comodo ma consono per i luoghi di culto

Nei luoghi delle Aganis – Erika Di Bortolo Mel

Nei luoghi delle Aganis

Erika Di Bortolo Mel

Lis Aganis (o Agani, Aganes, Anguanis, Ganes, Saganas) sono figure fondamentali della narrativa di tradizione orale del Friuli, in particolare delle zone pedemontane della Destra Tagliamento e delle aree al confine con la Slovenia. Donne misteriose e sfuggenti che vivono quasi sempre in prossimità dei corsi d’acqua, spesso intente a lavare i panni, eleggono a loro dimora grotte e anfratti, delle quali sono regine. Dai fluenti capelli, possono assumere fattezze leggiadre e seducenti oppure ferine, con lunghe mammelle che in tal caso gettano dietro la schiena per poter camminare, o piedi di capra. Di solito riconoscenti con chi dimostra loro gentilezza, non è raro che ricompensino le donne intente come loro ai lavori femminili. Possiamo considerare lis Aganis come le eredi delle sacre figure muliebri che da sempre albergano nei boschi, luogo della natura selvaggia e indomita, nelle grotte, richiamo al corpo della Grande Madre, e soprattutto vicino all’acqua, universale simbolo di vita, di fertilità, di prosperità. Esse sono le custodi, non di rado ambivalenti, di un mondo dove l’umano è solo la parte di un tutto, inserito nel fluire eterno del tempo. La loro presenza ricorre nell’immaginario friulano, come pure in quello bellunese e dolomitico e, con altri nomi, in quello di altre regioni italiane ed europee e, conferendo un tocco numinoso a tanti luoghi di stupefacente bellezza che disseminano le nostre valli. 

Bûs da li Anguanis

Un’Anguana che dimorava in questa zona aveva, secondo la leggenda, sposato un uomo di Fratta di Maniago, col quale aveva avuto due figli. Si era raccomandata che nessuno la chiamasse mai con l’epiteto “gjambis di cjâra”, gambe di capra, o piel di cjâra, pelle di capra. Durante un litigio, un giorno al marito sfuggì di chiamarla proprio «gjambis di cjâra», al che lei abbandonò la famiglia e tornò a vivere nel Bûs da li anguanis. Ritornava di nascosto, però, a svolgere le faccende domestiche e a prendersi cura dei bambini, e questo andò avanti per molto tempo, fino a cessare repentinamente. In seguito il marito, alzando una pietra del pavimento, trovò una grande biscia, morta: era l’anguana, andata lì a finire i suoi giorni.

Castello di Pinzano

Il castello di Pinzano, risalente all’XI secolo, dal 1352 passò sotto il dominio dei Savorgnan. Si riferiscono ad esso numerose leggende: già nel 1891 Valentino Ostermann, il primo etnografo friulano, scriveva di una donna che si trovò durante la notte a transitare vicino al castello, nonostante fosse un luogo non molto raccomandabile per via degli strani episodi che vi accadevano. Le apparve la scena terrificante di un guerriero ricoperto da un’armatura di ferro che lottava contro un leone, e la malcapitata, gridando aiuto, svenne per la paura. Le vennero in aiuto lis Aganis di Arzino e Tagliamento, che dopo averle offerto… un caffè – in altre versioni un più verosimile falcetto – tentarono di portarla via con loro. Avendo però lei invocato il nome della Madonna, le Aganis improvvisamente sparirono, così come erano apparse.

Val d’Arzino: la Cjasa de las Saganas

Secondo la ricercatrice e poetessa Novella Cantarutti, mentre in Val Meduna lis Aganis sono donne belle che compaiono presso fonti e acque, simili a quelle della Val Colvera, nelle Valli Cosa e Arzino sono esseri malefici, che avrebbero fatto nascere per dispetto le grotte di Pradis; inoltre, las sagànas del rio Barquèt (o Barquiat, o Barquêt) presso Vito d’Asio rapivano i bambini. Sulla destra del rio, a monte della sorgente, vi è una grotta detta significativamente La Cjasa de las Saganas. Giovanni Marinelli scriveva che la fonte del Barquèt, affluente dell’Arzino, “era detta delle Agane”. Essa si trova tra Vito d’Asio ed Anduins, è di natura solforosa. Le Agane di Fùas Cedolins presso Pielungo erano invece feminas bedescolcias, fassadas malamentri cui cjaviei luncs (donne scalze, vestite alla meno peggio, coi capelli lunghi) che vivevano in una grotta. 

1. Bûs da li anguanis

2. Castello di Pinzano

3. Val d’Arzino: la Cjasa de las Saganas

Valle di emigranti – Nadia Boz

Valle di emigranti

Nadia Boz

Racchiusa tra le moli dolomitiche delle Prealpi Carniche, attraversata dalle acque torrentizie del Cellina e del Vajont, la Valcellina presenta un ambiente difficile e una storia profondamente legata al suo territorio, tanto aspro e povero di risorse da costringere la popolazione ad accompagnare le tradizionali attività agricole e silvopastorali a diverse tipologie di emigrazione.

La prima forma di mobilità che caratterizzò la valle fu il commercio ambulante, incentrato principalmente sulla lavorazione del legno e storicamente legato alla produzione del centro fabbrile Maniago. La città del coltello ospita il Museo dell’Arte Fabbrile e delle Coltellerie, dove i percorsi sull’evoluzione del distretto industriale mettono in luce il ruolo centrale agito dai venditori girovaghi nelle dinamiche di distribuzione degli articoli. «Furono soprattutto gli abitanti di Barcis [e di Andreis] la causa efficiente del rapido moltiplicarsi delle officine, del continuo accrescere dei tipi e forme di coltelli e temperini e dello stesso miglioramento della produzione» scriveva il poeta Giuseppe Malattia della Vallata nel 1925 in riferimento all’industria di Maniago. 

Le amene località della bassa valle erano raggiungibili da Maniago attraverso il percorso montuoso di Val de Crous, oggi sentiero CAI 967: Andreis accoglie il visitatore con la sua architettura tipica dei dàlz, espressione di un sapiente legame con l’ambiente; Barcis, interamente ricostruito dopo l’incendio nazista del 1944, si specchia nelle acque del lago Aprilis. Qui l’impoverimento dell’economia locale di fine dell’Ottocento innescò nuove partenze: operai di fabbrica, muratori, minatori si trasferirono numerosi in Belgio, in Francia, in Lussemburgo, ma anche in Svizzera e oltreoceano, mentre le giovani ragazze si recavano per lo più a servizio nelle maggiori città italiane. 

Nel cuore del Parco delle Dolomiti Friulane, ampi bacini ospitano gli insediamenti di Claut, Cimolais e, più oltre, Erto e Casso. Nell’alta valle il commercio ambulante rappresentò per secoli l’esperienza migratoria principale: già attorno ai primi del Cinquecento gli abitanti si mettevano in cammino vendendo asticciole di legno di abete impregnate di resina e ancora agli inizi del Novecento a Erto si contavano venditori di coste (cerchi per stringere le forme di formaggio). Col passar del tempo, però, le donne divennero le protagoniste del flusso: incaricate della distribuzione degli articoli di artigianato, tirando un carretto carico di cucchiai, mestoli e pantofole in stoffa, a cadenza stagionale si spostavano seguendo una rete di percorsi in Italia settentrionale fino in Istria. Si trattava delle Sedonere, le venditrici ambulanti la cui storia è ben documentata nel Museo della Casa Clautana. Eppure non mancarono esperienze differenti: gli abili boscaioli di Claut raggiunsero temporaneamente la Romania, numerosi Cassani si stabilirono nello stato di Santa Catarina in Brasile e, più recentemente, un flusso considerevole di famiglie di Erto, Claut e Cimolais interessò la Germania, dove emigravano stagionalmente a confezionare e vendere gelato. 

Così, per decenni, dalle comunità di migranti sorte di là dai monti, giunsero sostanziose rimesse cui si devono i volti rinnovati dei borghi d’origine. 

  1. Erto
  2. Cimolais
  3. Claut
  4. Barcis
  5. Andreis

Le terre del Friuli rurale – Laura Carnelutti

Le terre del Friuli rurale

Laura Carnelutti

Rivolto: tra radici e memoria

Il viaggio parte da Rivolto, frazione agricola del comune di Codroipo, dove mia nonna materna Erminia trascorse l’infanzia insieme ai suoi fratelli: Luigi, Zeferino e Geminiano, dapprima operai, poi imprenditori edili emigrati in Svizzera e in Sud Africa. In questo borgo, negli anni del dopoguerra, la vita era scandita dal lavoro nei campi e dalla solidarietà tra famiglie. Le giornate cominciavano all’alba, tra la cura della terra, della casa e della comunità. Le case di famiglia, delle quali le solide mura, ancora in piedi nonostante le intemperie, racchiudono storie di vita rurale vissuta, rappresentano ancora oggi il legame concreto tra chi è partito e chi è rimasto. Ogni pietra racconta una storia di sacrificio e appartenenza. La chiesa del paese era un importante punto di ritrovo: luogo di culto, ma anche di socialità e condivisione.

Lonca: corti rurali e vita comunitaria

A pochi chilometri, Lonca conserva ancora oggi l’anima delle corti agricole. Le famiglie vivevano in spazi condivisi, dove la collaborazione era parte integrante della vita quotidiana. Qui, si coltivavano orti, si allevavano animali e si condividevano fatiche e momenti di festa. Anche la mia famiglia frequentava questi luoghi, seguendo il ritmo delle stagioni e il bisogno di lavoro. La chiesa di Santa Caterina rappresentava un centro spirituale e sociale, testimone tutt’oggi delle tradizioni religiose e comunitarie del territorio.

Codroipo: il cuore del Medio Friuli

Codroipo era il centro urbano di riferimento per la mia famiglia. Conosciuta fin dall’epoca romana come crocevia commerciale, la città ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo economico del territorio. Tra le attività principali del Novecento vi fu la lavorazione del tabacco, con uno stabilimento attivo già dagli anni Trenta. I numerosi mulini della zona testimoniano l’importanza della lavorazione dei cereali. Mia nonna ricordava con affetto le visite a Codroipo, in occasione di mercati, fiere e festività. Era il luogo dove si incontravano tradizione contadina e nuovi stimoli sociali e culturali.

Villa Manin: arte e memoria familiare

A Passariano si trova Villa Manin, una delle ville venete più imponenti del Settecento, residenza storica del doge Ludovico Manin. Questo luogo rappresenta anche un tassello della storia familiare: le donne di famiglia, negli anni Quaranta, vi lavorarono come domestiche. I loro racconti legati alla villa e alle usanze dell’alta società, così lontana negli usi, seppure parte integrante del complesso cittadino, hanno attraversato generazioni. Oggi, Villa Manin è un centro culturale che ospita mostre temporanee e permanenti, eventi e attività educative. Il suo parco secolare e le sale affrescate offrono un’esperienza immersiva, dove la memoria personale incontra la storia del Friuli.

Castelmonte: fede e legami

L’ultima tappa è il Santuario della Beata Vergine di Castelmonte, uno dei luoghi mariani più antichi del Friuli. Situato su un colle panoramico, è da sempre meta di pellegrinaggi. Per la mia famiglia è un luogo dal profondo significato affettivo: è qui che i miei nonni, Bruno e Erminia, si sposarono, rinnovando un legame forte anche nella fede. Ogni visita a Castelmonte è un ritorno emotivo, una riscoperta delle radici spirituali e culturali che ancora oggi uniscono le generazioni.

  1. Rivolto:
    tra radici e memoria
  2. Lonca:
    corti rurali e vita comunitaria
  3. Codroipo:
    il cuore del Medio Friuli
  4. Villa Manin:
    arte e memoria familiare
  5. Castelmonte: fede e legami

Un porto di mare – Erica Mezzoli

Un porto di mare

Erica Mezzoli

Il percorso propone di scoprire Trieste in quanto punto d’arrivo, partenza o transito per tutta quell’umanità che dall’Età moderna ai giorni nostri si è trovata a vivere la città da soggetto transiente.

L’itinerario comincia da Porta Riborgo (tappa 1). Fino alla prima metà del Settecento, Porta Riborgo era il principale accesso alla città via terra, mentre quello via mare si trovava più o meno dove ora sorge il Palazzo della Prefettura (tappa 2). Lì sorgeva il molo del Mandracchio e il ‘casino di sanità. Nel 1719, l’Imperatore Carlo VI concesse a Trieste lo status di porto franco (tappa 3), avviando una nuova fase di sviluppo. Per gestire il crescente traffico marittimo, fu aperto nel 1723 il Lazzaretto San Carlo (tappa 4), seguito nel 1768 dal più grande Lazzaretto di Santa Teresa (tappa 5), poi dismesso nel 1868-69 con l’apertura del Lazzaretto di San Bartolomeo a Muggia (tappa 6). L’Editto di Tolleranza del 1781 di Giuseppe II estese le libertà religiosa e di associazione ai non cattolici e liberalizzò l’accesso alle professioni e al commercio agli Ebrei. A lui si deve la costruzione del Borgo Giuseppino dal 1788 (tappa 7).

Nel 1833, venne fondato il Lloyd Austriaco (tappa 8). I servizi di navigazione del Lloyd movimentarono milioni di persone in tutto il mondo e il perno di quel traffico era Trieste. Così fu per tutti quegli Ebrei che cercarono di raggiungere la Palestina da Trieste tra il 1921 e il 1943. Queste persone trovavano una sistemazione presso il Comitato Italiano di Assistenza ad Emigranti Ebrei (tappa 9). Per questa ragione, Trieste è conosciuta in Israele come Porta di Sion. Ma dove ci si imbarcava? Dal primo dopoguerra, dalla Stazione Marittima costruita tra il 1926-30 (tappa 10). Da lì sarebbe partita tutta un’umanità che da Trieste andava alla ‘ricerca della felicità’ in Palestina, Sud e Nord America e, nel secondo dopoguerra, specialmente in l’Australia. Ma Trieste non aveva un’’autostrada’ marittima verso l’Australia e l’Estremo oriente. Questa andava costruita. Ci pensò la Compagnia del Canale di Suez, il cui vicepresidente era Pasquale Revoltella (tappa 11), con la realizzazione del Canale di Suez nel 1869. Tuttavia, tra Otto e Novecento, da Trieste si emigrava specialmente verso il Nord e Sud America. Quelle rotte migratorie erano gestite dalla compagnia Austro-Americana (tappa 12), che nel 1905 aprì la ‘Casa dell’Emigrante’ (tappa 13) per accogliere i migranti diretti negli Stati Uniti. Negli anni ’40, Trieste visse la ferocia della guerra: tra il 1943 e il 1945 la Risiera di San Sabba (tappa 14) fu campo di concentramento e transito verso i lager nazisti. Nel dopoguerra fu usata come campo profughi per chi fuggiva dall’Europa dell’Est. Anche il Centro Raccolta Profughi di Padriciano (tappa 15) servì come campo profughi per chi lasciava la Jugoslavia. Il Silos (tappa 16) aveva la stessa funzione: fornire una sistemazione di fortuna prima di emigrare definitivamente verso Palestina, Americhe e Australia.

Un luogo di arrivi e partenze – Giorgio Padovan

Un luogo di arrivi e partenze

Giorgio Padovan

Fin dalla sua nascita, il cantiere di Monfalcone si afferma come un importante crocevia di opportunità, un luogo capace di offrire lavoro e prospettive a persone provenienti da territori vicini e lontani. La sua presenza segna profondamente la storia sociale ed economica della città, diventando un punto di riferimento per migliaia di migranti italiani e stranieri nel corso dei decenni.

Il Villaggio Operaio di Panzano nasce proprio con questo scopo: accogliere la grande quantità di lavoratori attratti dalle possibilità offerte dal cantiere. Edificato tra il 1908 e il 1927 su commissione dei fratelli Cosulich, il Villaggio fu progettato dall’ingegnere Dante Fornasir per rispondere alle esigenze abitative e sociali dei dipendenti del Cantiere Navale di Monfalcone. Al suo interno convivono diverse tipologie architettoniche di abitazioni, destinate a operai, impiegati e dirigenti, secondo un’impostazione urbanistica innovativa per l’epoca.

Panzano rappresenta un unicum nel panorama dell’architettura industriale italiana: a differenza di altre company town costruite nel Novecento, è l’unico Villaggio Operaio ancora vivo sorto accanto a una fabbrica che ha mantenuto senza interruzioni la propria produzione originaria dal 1908 fino ai giorni nostri. Fin da subito, il rione dimostra di non essere una semplice appendice urbana, ma una parte essenziale della storia cittadina. È qui che Monfalcone compie la sua trasformazione da “borgo agricolo” a “periferia industriale”, grazie anche all’impulso decisivo dato dal Cantiere Navale Triestino (CNT), fondato dalla famiglia Cosulich.

L’economia dei Cosulich, improntata alla costruzione navale e al trasporto marittimo, si sviluppa in parallelo ai grandi fenomeni migratori di massa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. I celebri transatlantici dell’epoca sono ricordati per i loro lussuosi saloni di prima classe, ma in realtà il vero motore economico delle compagnie armatoriali risiedeva nella terza classe, destinata ai migranti diretti verso le Americhe in cerca di una vita migliore.

In questo contesto, il cantiere di Monfalcone assume un ruolo centrale nella storia delle migrazioni, riflettendo i cambiamenti sociali e culturali che hanno plasmato il territorio. Ancora oggi, questa vocazione non si è spenta: lo stabilimento Fincantieri continua a rappresentare un polo di attrazione per lavoratori provenienti da tutto il mondo, confermando la continuità di una tradizione che unisce competenza, industria e migrazione.

Il percorso di visita parte dall’ex Albergo Impiegati, oggi sede della Porta di Panzano – cellula museale dell’Ecomuseo TERRITORI – situata in via Callisto Cosulich 20. Da qui si snoda lungo via Giovanni Bonavia, dove è possibile ammirare le eleganti ville un tempo abitate da dirigenti e impiegati con le loro famiglie. Tornando su via Callisto Cosulich si incontra lo stadio Callisto Cosulich, ultimo progetto dell’ingegnere Dante Fornasir, testimonianza dell’attenzione urbanistica e sociale che caratterizzò la nascita del villaggio.

Proseguendo lungo la stessa via si entra nella zona operaia, riconoscibile per le tipiche villette a schiera, dette “ad H”, costruite per ospitare le famiglie dei lavoratori del cantiere. Al termine della via sorge il monumento ai martiri partigiani della Seconda guerra mondiale, situato di fronte all’ingresso storico del cantiere.

Alla destra del monumento si apre via del Mercato, in fondo alla quale si trova il nuovo ingresso dello stabilimento. Sulla sinistra, invece, si erge l’ex Albergo Operai – un tempo riservato ai lavoratori celibi – oggi sede del Museo della Cantieristica (MuCa), spazio espositivo e culturale che custodisce e racconta la memoria viva di questa straordinaria comunità industriale.

Nel corso della Via, senza dislivello e adatta a tutti (comprese carrozzine e passeggini per la quasi totalità del percorso), si cammina lungo strade sterrate e asfaltate, fino ad un affaccio naturale sul Golfo di Trieste, per un totale , tra andata e ritorno, di circa 4 km.  

L’avvio è dalla piazza del Municipio di Aurisina, dove incontriamo la prima tabella, che introduce al complesso progetto che integra diversi livelli di progettazione culturale, comunale e regionale; proseguendo incontriamo la Cava Romana, di nome e di fatto, visto che alcuni reperti storici aquileiesi dimostrano l’utilizzo di questa pietra nell’architettura romana del II secolo a.C.; alla terza tappa (sempre corredata da tabella informativa in quattro lingue) possiamo osservare dall’alto il bacino dismesso Ivere 3, recentemente convertito in contenitore didattico e culturale, sede negli ultimi anni di numerose performance artistiche, musicali e teatrali (occhio al calendario, c’è sempre qualche evento nell’aria!) 

Alla quarta e quinta tappa costeggiamo (in sicurezza) il perimetro del grande bacino Ivere 2, tuttora attivo e censito come geosito del Geoparco Regionale del Carso- Kras istituito nel 2025 dalla Regione Friuli Venezia Giulia. 

Alla sesta tappa, possiamo lasciar vagare lo sguardo nell’ampiezza del maestoso bacino Ivere 1, adiacente la storica Ferrovia Meridionale, quasi un promemoria di come il successo di questa pietra nel mondo sia legato a doppio filo allo sviluppo di questo territorio in epoca asburgica. 

Da questo belvedere, siamo distanti poche centinaia di metri dalla linea di costa e dall’ultima tappa che ci porterà ad uno splendido affaccio sul golfo di Trieste, grazie alla vedetta dedicata all’alpinista triestina Tiziana Weiss.

Qui il panorama si apre e permette di osservare l’orizzonte compreso tra la foce del fiume Isonzo e la costa slovena, la geomorfologia dell’altipiano carsico, ma anche alcuni dettagli lungo la costa sotto di noi, dove ancora resistono alcuni vecchi manufatti legati alle cave. 

  1. MuCa Museo della Cantieristica
  2. Albergo Operai Celibi
  3. Torre acquedotto
  4. Monumento Resistenza
  5. Via Pisani e centro visite
  6. Monumento vittime dell’amianto
  7. Case operai
  8. Campo sportivo
  9. Santuario B.V. Marcelliana
  10. Ville impiegati
  11. L’Albergo Impiegati
  12. La Porta di Panzano

Lunghezza: circa 1.5 km Difficoltà: bassa
Periodo consigliato: tutto l’anno Abbigliamento: Comodo

Il sentiero della Storia – Mario Tomadini

Il sentiero della Storia

Mario Tomadini

Da tempo immemorabile alcune famiglie di Aviano e frazioni trascorrevano l’estate nel Piano del Cavallo dove s’impegnavano nelle attività d’alpeggio. La monticazione iniziava il 13 giugno (S. Antonio) e si chiudeva con la festività mariana dell’8 settembre. Le famiglie, composte da uomini, donne e giovani aiutanti salivano gli erti sentieri che dalla pedemontana arrivavano nell’altopiano, accompagnando il lento procedere di vacche e pecore. Le vie chiamate “armentarie” sovente avevano nomi che ricordavano lunghezza dei percorsi: Costa Grande, Viath Luonc e Costa Longa. Nel 1920 il Comune di Aviano con il contributo del Segretariato per la Montagna e del Ministero delle Terre Liberate promuoveva la costruzione di nuovi edifici (casere, stalle, concimaie, abbeveratoi) dando così un’impronta moderna alla monticazione estiva. Mentre il Piano del Cavallo s’avviava di divenire una stazione turistica estiva e invernale, le malghe in attività diminuivano drasticamente tanto che oggi dei nove alpeggi solo uno è attivo.

La memoria di quei sacrifici non è si è persa perché alcuni anni or sono la Sottosezione di Aviano del Club Alpino Italiano, alla quale l’Amministrazione Comunale aveva affidato in custodia l’alpeggio Capovilla, ha ristrutturato non solo la casera ma anche la stalla adibendola a cellula museale denominata Il Sentiero della Storia che ospita una raccolta di immagini e di materiali usati nelle vecchie attività di malga. Il visitatore può osservare la caldera in rame dove si produceva il formaggio, le slitte dove si caricava la legna e una serie di utensili adoperati dai malgari e dai pastori. Le fotografie d’epoca, riprodotte nei pannelli, ripercorrono un passato che appartiene a un’epoca lontana quando il Piano del Cavallo non era il Polo turistico che oggi conosciamo ma un altopiano sassoso dove il carsismo nascondeva l’acqua a cristiani e animali. 

Il Sentiero della Storia è stato inserito nel circuito dell’Associazione Lis Aganis Ecomuseo delle Dolomiti Friulane quale luogo deputato a custodire una pagina di storia delle genti di montagna. L’alpeggio Capovilla, quota 1300 m., si raggiunge a piedi in dieci minuti dal centro del Piancavallo seguendo l’apposita segnaletica. 

Dopo la visita c’è la possibilità di proseguire per il sentiero (Passeggiata del Tornidor – Sentiero C.A.I. 925) che in un’ora conduce all’omonima sorgente, l’unica fonte naturale dell’altopiano del Cavallo. La traccia di ritorno passa accanto alla Malga Pian Mazzega o Paronuzzi che da giugno a settembre è attiva con annessa vendita dei prodotti caseari. Si raccomanda un vestiario adatto all’escursione e calzature robuste e di seguire la segnaletica senza allontanarsi dal tracciato principale. Periodo migliore maggio-ottobre mentre è sconsigliato in presenza di neve o ghiaccio. 

1. Casera Capovilla si raggiunge in pochi minuti dal centro del Piancavallo seguendo i cartelli indicatori. Se necessario si può arrivare in auto a pochi metri dalla casera.

2. Sorgente del Tornidor: unica sorgente dell’Altopiano del Cavallo, si trova ai piedi della
Val Grande. Nei pressi si notano Casera e stalla dell’alpeggio Pian delle More, inattivo dagli anni Cinquanta del Novecento e la grande vasca che funge da riserva idrica per la stazione turistica.

3. Casera Paronuzzi o di Pian Mazzega: gestita da giugno
a settembre dalla famiglia Tassan di Aviano. Si può seguire la trasformazione del latte in formaggio, burro e ricotta, prodotti acquistabili in loco.

La tranvia Udine – San Daniele – Gilberto Secco

La tranvia Udine – San Daniele

Gilberto Secco

Il progetto dell’Ecomuseo “Sulle tracce della vecchia tranvia Udine – San Daniele” nasce dal desiderio di raccontare un tassello della memoria collettiva delle comunità collinari che tra il 1889 ed il 1955 furono attraversate, e soprattutto unite, dalla tranvia Udine – San Daniele del Friuli. Grazie alla collaborazione di ForEst Studio Naturalistico è stato possibile ideare e redigere una mappa dove si presenta sia il tracciato storico dei binari, sia un nuovo itinerario tematico percorribile a piedi o in bicicletta. 

Il progetto della costruzione della tranvia viene promosso, nei decenni seguenti l’unità nazionale, dall’ingegnere Karl Neufeldt, all’epoca proprietario di aziende ferroviarie e maggior azionista delle Ferriere di Udine, che lo sviluppa assieme all’ Ing. Giovanni Stampetta. In origine, lungo viale Volontari della Libertà a Udine (in precedenza intitolata al Principe Umberto), transitano, uno accanto all’altro su tre diversi binari, i tram della linea Stazione-Ospedale, quello diretto a Tarcento, conosciuto come tram bianco, e quello per S. Daniele. Si tratta di una “ferrovia economica” che, partendo dalla stazione di Udine, prosegue verso Torreano, Martignacco, Fagagna, Rive D’Arcano e S. Daniele del Friuli. Nel 1889, anno dell’inaugurazione, per compiere l’intero percorso da Udine Ferrovia a San Daniele si impiegavano circa due ore. Lungo questo tragitto sono presenti le fermate di Chiavris, Rizzi – Colugna, Cormor (Cotonificio), Plaino, Ceresetto – S. Margherita, Villalta, Ciconicco, Madrisio, Coseano – San Vito di Fagagna, Rivotta, Raucicco – Canale Ledra, Giavons ed infine il capolinea. Nel 1906 Neufeldt rinuncia alla gestione della linea e via via gli succedono la Società Veneta – che già sovrintende alle tratte Udine-Cividale e Udine-Palmanova-Latisana – fino al 1924, Giovanni Cantoni fino al 1940, e la S. A. T. I. (Società Anonima Trasporti Interurbani) fino all’inizio degli anni Cinquanta, quando nella proprietà subentra la Provincia di Udine. 

Con l’asfaltatura della strada provinciale San Daniele -Udine, la corriera di linea su ruote inizia a percorrere la strada in soli quarantacinque minuti, ragion per cui nel 1955 la tranvia viene definitivamente abbandonata.

Il nuovo itinerario tematico sulle tracce della vecchia tranvia, a causa delle mutate condizioni di traffico delle arterie viarie principali lungo le quali il vecchio tram correva, non può ricalcare in toto quello del secolo scorso. Vi accompagnerò lungo l’itinerario, in un viaggio tra passato e futuro, raccontando il nostro territorio collinare e le sue bellezze.

  1. Viale Volontari della Libertà, Pale ex Mulino Cojutti 
  2. Colugna, Chiesa Santi Apostoli Pietro e Paolo
  3. Rizzi, Ex Cotonificio Cormor 
  4. Torreano e Ceresetto di Martignacco, Villa Italia 
  5. Martignacco Rio Tampognacco
  6. Villalta e Ciconicco, Castello di Villalta
  7. Fagagna, Castello 
  8. Giovanni in Colle, Battaglia, Madrisio, Il gelseto di San Giovanni in Colle
  9. Rive d’Arcano, Il torrente Corno 
  10. San Daniele del Friuli

Lunghezza: circa 30 km Difficoltà: bassa
Periodo consigliato: tutto l’anno

Abbigliamento: Comodo