La Via della pietra – Sara Famiani

La Via della pietra

Sara Famiani

Il mio personale percorso con la pietra del Carso è iniziato nel 2021 e da allora, è ricominciato centinaia di volte, tante quante le passeggiate tematiche che abbiamo progettato, declinato, organizzato e calendarizzato da allora. 

Ogni itinerario mi porta più in profondità, proprio come in un’antica cava, capace di sfornare sempre nuove meraviglie: le informazioni, i documenti e soprattutto gli incontri che questa Via della Pietra ha innescato, sono il vero risultato, sempre in progress, di questo progetto di promozione del territorio. 

Ogni passeggiata è un racconto che si rinnova e si amplia di qualche piccolo dettaglio, scoperto nelle ricerche o narrato da qualche partecipante alle uscite: storie di famiglia, di emigrazione e di ritorni, aneddoti o cimeli conservati con cura, condivisi con entusiasmo o commozione.

La via n 1 attraversa il distretto estrattivo di Aurisina e inaugura i percorsi del Museo diffuso delle Cave e della Pietra di Aurisina KAMEN (pietra in sloveno), un acronimo per Kras/Carso, Arte, Museo, Etnografia, Natura che identifica un’iniziativa locale corale promossa dal Comune di Duino Aurisina: percorrere questa via è il modo più grandioso e diretto per osservare dall’alto le impressionanti cavità aperte nei secoli dall’escavazione del “Karst marmor”, il “marmo del Carso”, la pietra calcarea protagonista di questa avventura culturale.

Nel corso della Via, senza dislivello e adatta a tutti (comprese carrozzine e passeggini per la quasi totalità del percorso), si cammina lungo strade sterrate e asfaltate, fino ad un affaccio naturale sul Golfo di Trieste, per un totale , tra andata e ritorno, di circa 4 km.  

L’avvio è dalla piazza del Municipio di Aurisina, dove incontriamo la prima tabella, che introduce al complesso progetto che integra diversi livelli di progettazione culturale, comunale e regionale; proseguendo incontriamo la Cava Romana, di nome e di fatto, visto che alcuni reperti storici aquileiesi dimostrano l’utilizzo di questa pietra nell’architettura romana del II secolo a.C.; alla terza tappa (sempre corredata da tabella informativa in quattro lingue) possiamo osservare dall’alto il bacino dismesso Ivere 3, recentemente convertito in contenitore didattico e culturale, sede negli ultimi anni di numerose performance artistiche, musicali e teatrali (occhio al calendario, c’è sempre qualche evento nell’aria!) 

Alla quarta e quinta tappa costeggiamo (in sicurezza) il perimetro del grande bacino Ivere 2, tuttora attivo e censito come geosito del Geoparco Regionale del Carso- Kras istituito nel 2025 dalla Regione Friuli Venezia Giulia. 

Alla sesta tappa, possiamo lasciar vagare lo sguardo nell’ampiezza del maestoso bacino Ivere 1, adiacente la storica Ferrovia Meridionale, quasi un promemoria di come il successo di questa pietra nel mondo sia legato a doppio filo allo sviluppo di questo territorio in epoca asburgica. 

Da questo belvedere, siamo distanti poche centinaia di metri dalla linea di costa e dall’ultima tappa che ci porterà ad uno splendido affaccio sul golfo di Trieste, grazie alla vedetta dedicata all’alpinista triestina Tiziana Weiss.

Qui il panorama si apre e permette di osservare l’orizzonte compreso tra la foce del fiume Isonzo e la costa slovena, la geomorfologia dell’altipiano carsico, ma anche alcuni dettagli lungo la costa sotto di noi, dove ancora resistono alcuni vecchi manufatti legati alle cave. 

  1. Piazza del Municipio di Aurisina
  2. Cava Romana
  3. Bacino dismesso Ivere
  4. Grande bacino Ivere 2 / Geosito del Geoparco Regionale del Carso – Kras
  5. Grande bacino Ivere 2 / Geosito del Geoparco Regionale del Carso – Kras
  6. Bacino Ivere 1
  7. Vedetta Tiziana Weiss

Tra acque e terre, in bici – Francesco Furlan

Tra acque e terre, in bici

Francesco Furlan

Il triangolo tra mare, Carso e fiume Isonzo che tanti amano chiamare Bisiacaria, nel basso isontino, è una piccola sintesi della ricchezza  ambientale della Regione, con molteplici ambienti naturali, come la landa carsica, i boschi di conifere, la pianura, i boschi planiziali, le coste sabbiose, la palude.

A definire l’identità più profonda del territorio sono però soprattutto le acque, in particolare quelle dell’Isonzo, il fiume che lo attraversa e lo plasma. Per scoprirlo, la bicicletta è il mezzo ideale: comoda e silenziosa, permette di seguire il corso del fiume lungo la Ciclovia Regionale FVG5, che unisce il mare a Gorizia.

La partenza avviene dal rinnovato Parco dell’Isonzo di Turriaco, un’area verde attrezzata e accogliente. Da qui si pedala verso sud, lungo un tracciato che alterna campagne, boschi e canali, con piccoli casolari e aziende agricole che conservano l’aspetto di un tempo. 

Attraversato, tramite sottopassaggio, l’incrocio con la provinciale Monfalcone-Grado, si entra nel territorio di San Canzian d’Isonzo: la pista ciclabile qui corre a ridosso del fiume, che qui si fa ampio e tranquillo, preludio all’incontro con il mare.

Lungo le sponde si incontrano aironi cinerini e garzette, mentre all’imbrunire i caprioli si affacciano dalle macchie. Poco oltre si raggiunge la Riserva Naturale Regionale della Foce dell’Isonzo – Isola della Cona, area di grande valore ecologico, riconosciuta dalla Convenzione di Ramsar come zona umida di importanza internazionale. Proseguendo, un’imponente diga abbandonata apre la vista su un inconsueto paesaggio con il fiume sulla destra della strada e il mare a sinistra.

È un mare lagunare, tra canneti e pioppi, compaiono vecchi moli e casoni: ma i veri protagonisti sono gli animali. Lo specchio d’acqua ospita anatidi come germani reali, alzavole e folaghe, e nei percorsi interni della Riserva (da percorrere a piedi) si possono osservare, a seconda delle stagioni, oche, anatre e limicoli come pavoncelle, chiurli, pittime e piro-piro. D’estate da non perdere è il coloratissimo Gruccione, che nidifica nelle scarpate sabbiose. 

Simbolo dell’area è però il cavallo della Camargue, che vive semibrado contribuendo all’equilibrio dell’ambiente palustre.

Risalendo in bici, si rientra verso la provinciale per Grado e, dopo pochi metri, si imbocca nuovamente la ciclabile in direzione Fossalon di Grado. L’ambiente cambia: compaiono le vaste distese agricole nate dalle bonifiche degli anni Trenta, che hanno strappato terre produttive alla laguna. 

Il percorso ci porta a pedalare lungo il mare, ora sul lato sinistro. 

È l’inizio della laguna, un ambiente desolato e selvaggio, ricco di fauna marina, in cui gabbiani e cormorani diventano dei costanti compagni di viaggio.

Dopo poco raggiungiamo la seconda area protetta dell’itinerario, la Riserva Naturale regionale Valle Cavanata, un’antica a valle da pesca con un piacevole centro visite e una fauna che ricorda quella dell’isola della Cona. La riserva si distingue per una presenza maggiore di acqua salata, che spinge gli uccelli migratori a fermarsi, in particolare i fenicotteri sono ormai un animale simbolo, quasi sempre visibili nei mesi invernali.

Il percorso può concludersi qui, rientrando per la medesima strada o si può prolungare, sempre via ciclabile, fino al centro di Grado, con il suo affascinante centro storico antico. Per i più allenati, dopo il lungo Ponte Matteotti che permette di pedalare in mezzo alla laguna, si può raggiungere Aquileia per poi rientrare via Fiumicello alla base a Turriaco, completando così un affascinante anello tra fiume, mare e natura.

  1. Parco Dell’Isonzo a Turriaco
  2. Ponte sull’Isonzo della SP Monfalcone-Grado
  3. Diga
  4. Isola della Cona
  5. Fossalon
  6. Valle Cavanata
  7. Grado
  8. Aquileia

Versione breve (Turriaco-Valle Cavanata) 

Lunghezza: circa 20 km 

Durata: circa 2 ore di pedalata, una mattinata intera incluse le visite e le soste
Periodo: tutto l’anno
Bici: qualsiasi, non è consigliata la bici da corsa 

Versione lunga (anello, via Grado/Aquileia) 

Lunghezza: circa 50 km

Durata: circa 4 ore di pedalata, una giornata intera incluse le visite e le soste
Periodo: tutto l’anno
Bici: qualsiasi, non è consigliata la bici da corsa 

Fra le chiese e la storia – Alessandro Fadelli

Fra le chiese e la storia

Alessandro Fadelli

Può apparire incredibile che una terra per secoli povera come il Pordenonese abbia potuto edificare e mantenere in vita così tante chiese, e ornarle di una miriade di opere d’arte dipinte e scolpite. Ma sappiamo che la gente del passato, che pur viveva in abitazioni minuscole, fredde e prive d’ogni moderno comfort, voleva che la “casa del Signore” fosse il più possibile bella, che diventasse un orgoglio per il paese, magari a confronto di quella del borgo vicino. 

Ecco dunque che si sono col tempo eretti e abbelliti, a prezzo di sacrifici e donazioni, centinaia di edifici sacri; che non ospitano, in verità, veri capolavori d’arte (ma qualche “quasi capolavoro” qua e là comunque si trova), bensì innumerevoli esempi di arte, talora provinciale, a volte invece di respiro più ampio. Venezia d’altronde  non è lontana, e da lì sono arrivati in continuazione prestigiosi modelli, artisti attirati da committenze non trascurabili e, soprattutto agli inizi dell’Ottocento, anche opere d’arte messe in vendita dopo la soppressione di chiese, conventi e confraternite veneziane. Alcuni nomi ritornano più volte, visitando le nostre chiese: innanzitutto Giovanni Antonio de Sacchis, detto il Pordenone, che tra la fine del ’400 e gli inizi del ’500 con la sua potente pittura rivaleggiò con i più grandi in Italia; e poi suo genero Pomponio Amalteo, di tutt’altro livello, ma comunque di ottimo mestiere, e ancora il carnico Gianfrancesco da Tolmezzo, predecessore del Pordenone, e altre figure locali, sospese fra eccellente artigianato e vera arte, come i tanti lapicidi autori di statue, altari e fonti battesimali, provenienti in genere dalla fascia pedemontana. Difficile scegliere, fra i tanti scrigni d’arte ancora esistenti tra Livenza e Tagliamento. 

Bisognerà senz’altro partire dalle chiese maggiori dei centri principali, spesso con una storia lunghissima, come il duomo di Spilimbergo, con i suoi inconsueti sette rosoni; il duomo di Maniago e quelli di S. Vito al Tagliamento e di Valvasone, nonché l’incompleto, ma comunque stupendo, duomo di S. Marco a Pordenone, ora concattedrale. Non si creda però che le bellezze siano racchiuse solo nelle maggiori cittadine: in paesini discosti o persi nei campi, si possono a volte trovare gioielli inaspettati, come le chiese di S. Giuliana e di S. Gregorio a Castel d’Aviano, decorate con meravigliosi affreschi tre-quattrocenteschi; o come le chiesette dei Battuti a Valeriano di Pinzano, di S. Leonardo a Provesano di S. Giorgio della Richinvelda, di S. Antonio abate a Versutta di Casarsa e di S. Maria in Tavella a Fiume Veneto, pure con affreschi stupefacenti. Senza scordare poi due luoghi suggestivi (e non è un termine qui usato banalmente) quali sono l’antica e austera abbazia benedettina di S. Maria in Sylvis di Sesto al Reghena e il santuario della Santissima Trinità di Coltura di Polcenigo, a pochi passi dalle scenografiche sorgenti del Livenza, un tempo meta di devoti pellegrinaggi.

  1. Santuario della Santissima Trinità a Coltura di Polcenigo 
  2. Chiese di S. Giuliana e di S. Gregorio a Castel d’Aviano
  3. Duomo di S. Mauro a Maniago
  4. Oratorio di S. Maria dei Battuti a Valeriano di Pinzano al Tagliamento
  5. Duomo di S. Maria Maggiore a Spilimbergo
  6. Chiesa di S. Leonardo a Provesano
  7. Duomo del SS. Corpo di Cristo di Valvasone
  8. Oratorio di S. Antonio abate a Versutta
  9. Duomo dei Ss. Vito, Modesto e Crescenzia di San Vito al Tagliamento 
  10. Abbazia di S. Maria in Sylvis di Sesto al Reghena
  11. Chiesa di S. Maria in Tavella a Fiume Veneto
  12. Duomo di S. Marco a Pordenone

Percorso storico-culturale tra i castelli del pordenonese.

Se andate in cerca di castelli nel Friuli pordenonese, non aspettatevi di trovare châteaux come quelli della Loira, né grossi e arcigni manieri come quelli inglesi o tedeschi: qui la Storia ha lavorato in maniera solitamente più ristretta, “economica”, con edifici piccoli, essenziali, spesso davvero spartani. La Storia ha poi fatto sì che molti castelli dal Medioevo nel quale erano nati non siano riusciti ad arrivare fino ad oggi, se non sotto forma di ruderi più o meno irriconoscibili. Molto hanno pesato i terremoti, soprattutto quelli del 1511 e del 1976, ma anche incendi, guerre, abbandoni e incuria del pubblico e dei privati, sicché oggi si stenta a trovare le tracce di parecchi manieri. Anche sotto forma di ruderi, certi castelli riescono comunque ancora adesso a esprimere la loro antica forza, a portarci con l’immaginazione agli inquieti secoli tra il Mille e l’inizio dell’età moderna, quando erano punti di controllo del territorio e della viabilità, centro di raccolta delle tasse, rifugio in caso di invasioni o scorrerie, presidio di feudatari che si tramandavano di padre in figlio queste dimore fortificate, oppure di persone di volta in volta investite della loro custodia da poteri superiori, come imperatori, patriarchi o vescovi. La diffusione delle armi da fuoco, in particolare dei cannoni, e la maggior tranquillità assicurata dalla lunga dominazione veneziana (1420-1797) hanno reso in seguito i castelli sempre meno utili, se non controproducenti. Molte famiglie nobiliari hanno pertanto lasciato le loro scomode rocche situate su colli scoscesi per scendere a valle, in palazzi più confortevoli. Da quel momento è iniziato l’inarrestabile degrado degli antichi apprestamenti difensivi castellani, accelerato, come s’è detto, anche dai tanti sismi che hanno disastrosamente segnato la storia di queste zone. Chi sale ora sulle alture pedemontane per vedere i castelli di Caneva, Montereale, Maniago, Meduno, Toppo, Solimbergo o Pinzano non trova altro che mura sbrecciate, torri mozzate, cumuli informi di pietre; oppure sorprendenti gusci vuoti, come il castello di Polcenigo, che è in realtà una sontuosa villa veneta settecentesca costruita laddove c’era il maniero medievale ormai cadente. In qualche caso si sono salvate solo delle parti, com’è avvenuto per i resti del borgo fortificato di Castel d’Aviano, per i castelli di Maniago e di San Vito o per la possente torre di Sbrojavacca/Torrate. Reggono bene invece altri castelli, soprattutto in pianura, come quelli – davvero affascinanti – di Spilimbergo e di Valvasone, due veri gioielli, o quelli non meno suggestivi di Porcia, Torre, Zoppola, Cordovado e Cavasso Nuovo, pur tutti ampiamente restaurati, se non interamente rifatti rispetto agli austeri edifici del Medioevo. C’è infine il castello di Pordenone, che ha sofferto molti cambi d’uso e conseguenti alterazioni: oggi funziona ancora come carcere, ma in una prospettiva non troppo lontana, una volta sparite celle e sbarre, diventerà – si spera – un luogo di incontro e di cultura.

  1. Castello di Caneva
  2. Castello di Polcenigo
  3. Castello di Castel d’Aviano
  4. Castello di Montereale Valcellina
  5. Castello di Maniago
  6. Castello di Cavasso Nuovo
  7. Castello di Meduno
  8. Castello di Toppo di Travesio
  9. Castello di Solimbergo di Sequals
  10. Castello di Pinzano al Tagliamento
  11. Castello di Spilimbergo
  12. Castello di Valvasone
  13. Castello di Zoppola
  14. Castello di San Vito al Tagliamento
  15. Castello di Cordovado
  16. Castello di Torrate-Sbrojavacca di Chions
  17. Castello di Torre di Pordenone
  18. Castello di Pordenone
  19. Castello di Porcia

Dalle Alpi al mare, lungo il confine – Gianluca Deiuri

Dalle Alpi al mare, lungo il confine

Gianluca Deiuri

Sempre più spesso l’ex confine della Guerra Fredda diventa oggetto di studi e iniziative che ne riscoprono il significato. Il mio viaggio non è un semplice spostamento da A a B, ma un percorso di memoria lungo la linea che separava due mondi.

La partenza è dal valico di Fusine/Ratece, il più a nord della Regione: scendo verso il Lago del Predil e oltrepasso il confine entrando in Slovenia. Raggiunto Bovec costeggio l’Isonzo fino alla confluenza con l’Uccea e risalgo in Italia attraverso Passo Tanamea e l’alta valle del Torre. Mi fermo a Pian dei Ciclamini per seguire il “Percorso Naturalistico e Culturale in Val di Musi” (CAI 719): 6,5 km tra polveriere, caserme e bunker che testimoniano la militarizzazione di questo territorio.

Proseguendo lungo il Torre, si passa da Lusevera e Taipana e si scende nell’alta valle del Natisone. A metà del ponte Vittorio Emanuele è ancora visibile la targa di confine. Rientro in Slovenia e dopo Kobarid  salgo il Kolovrat, dove si trovano resti di caserme dei granicjari, le guardie di confine jugoslave, e rientro in Italia dal passo Solarie. Scendendo verso Stregna, seguo lo Judrio fino al Ponte Clinaz, suggestivo valico ormai inghiottito dalla vegetazione.

Ritornando a valle e passando per Prepotto, a Scriò lascio la strada per sentiero che porta a una garritta di frontiera che mostra l’isolamento dei valichi agricoli. Il percorso prosegue verso Vencò con rientro in Slovenia sul Collio, per poi tornare in Italia a Valerisce, tra i vigneti che caratterizzano il paesaggio.

Giù attraverso San Floriano si arriva a Gorizia dal ponte sull’Isonzo di Piuma, sulla via per ripassare in Slovenia a Nova Gorica e rientrare in Italia dal valico internazionale della Casa Rossa. Dopo pochi metri ritorno in Slovenia da Sempeter e raggiungo Vertojba, dove resiste una delle vedette jugoslave che controllavano la frontiera.

Risalgo il ciglione carsico, passando da Opatje Selo e ridiscendo in Italia a Devetaki, per percorrere la strada del Vallone, segnata da tracce della Grande Guerra, della Resistenza e della Guerra Fredda. A Jamiano si passa il valico e si viaggia in Slovenia fino ad arrivare a Fernetti. Una deviazione porta all’ex valico agricolo di Orlek, con segni del passaggio dei nuovi migranti. A Grozzana lascio l’auto e mi inerpico a piedi fino al valico sul Monte Cocusso, tra sentieri e boscaglia.

Passo il confine scendendo a Pese, per poi raggiungere Gabrovica e la valle dell’Ospo, fino al valico. Il rientro in Italia raggiunge il ponte di Prebenico, una semplice strada bianca che mostra la varietà di passaggi tra i due stati, da quelli ufficiali a quelli percorribili solo a piedi e con difficoltà.

Concludo il percorso salendo a San Servolo/Soceb: accanto alla chiesetta nella grotta, una garritta abbandonata offre una vista mozzafiato che abbraccia Trieste, il suo Golfo e oltre. È la fine naturale di un viaggio che racconta un confine che (forse) non esiste più.

Valico di Fusine/Ratece

2. Lago del Predil

3. Bovec

4. Passo Tanamea

5. Lusevera e Taipana

6. Kobarid

7. Prepotto

8. Vencò

9. San Floriano

10. Gorizia  / Nova Gorica

11. Vertojba

12. Opatje Selo

13. Jamiano

14. Opicina

15. Fernetti

16. Monte Cocusso

17. San Servolo / Socerb

Percorso breve a piedi:

si utilizza il Percorso Naturalistico e Culturale in Val di Musi, un itinerario ad anello con inizio a Pian dei Ciclamini fino a raggiungere Passo di Tanamea, seguendo all’andata le indicazioni del sentiero CAI n. 719, dove si incontrano prima i resti della polveriera e poi la caserma restaurata, e si prosegue sulla strada Regionale 646 fino al Rio Bianco, dove sulla destra, appena sopra la strada, si trovano le opere degli Alpini d’Arresto, bunker fortificati e mimetizzati nell’ambiente circostante.

La lunghezza complessiva del percorso è di circa km 6,5 – tutti di facile percorrenza – rivolto a tutti, adulti e ragazzi, ospiti e residenti nei Comuni e nei centri abitati vicini.

Su questo sentiero sono sviluppati i temi naturalistici e culturali che si incontrano nel territorio del valico di Tanamea e dell’alta valle del torrente Mea, e sono messi in evidenza i caratteri peculiari che caratterizzano questi luoghi.

Percorso Naturalistico e Culturale in Val di Musi

https://www.parcoprealpigiulie.it/it/principale/attivita/sentieri-e-percorsi/percorso-fuori

in questo caso viene allungato fino al RIO Bianco perché lì si trovano i bunker

1943-1945: la provincia occupata – Maurizio Radacich, Pietro Commisso

1943-1945: la provincia occupata

Maurizio Radacich, Pietro Commisso

Durante la Seconda guerra mondiale la Prefettura di Trieste emanò direttive di protezione antiaerea e si prodigò nel reperimento dei fondi necessari alla costruzione di numerosi ricoveri. I bombardamenti aerei sulla provincia di Trieste (che comprendeva anche Monfalcone) iniziarono nel 1944, mentre il territorio era soggetto alla sanguinosa occupazione tedesca. 

Nel corso del conflitto a Trieste furono realizzate una ventina di ricoveri in galleria per la popolazione civile.
Tra questi vi è quello chiamato Complesso del Colle di Scorcola: una galleria con quattro ingressi tra cui quello in via Fabio Severo che è una delle gallerie formanti il così detto “Complesso di gallerie antiaeree chiamato Kleine Berlin”. È composto da un ricovero antiaereo comunale (Complesso del Colle di Scorcola), da due gallerie private (Ferrovie dello Stato e Poste) e da un ricovero militare tedesco. Quest’ultimo fu scavato nel muraglione che sostiene la via di Romagna con accesso in via Fabio Severo, dove esistevano già gli ingressi di tre gallerie civili. L’accesso da via Fabio Severo permetteva di raggiungere il Palazzo di Giustizia attraverso un percorso sotterraneo, oltre alle gallerie vere e proprie del ricovero. Dalla galleria centrale, che era collegata al ricovero civile italiano, si diramavano 11 gallerie laterali. Una di queste conduceva a una scala a chiocciola che permetteva di raggiungere il giardino della villa Ara sul Colle di Scorcola, che era stata requisita dal generale delle SS Odilo Lotario Globočnik. Oggi all’interno del complesso di gallerie della Kleine Berlin vengono effettuate delle visite guidate per far conoscere al pubblico la storia della città di Trieste nel periodo bellico ma soprattutto le dolorose vicende che la popolazione civile subì nel corso dei bombardamenti aerei Alleati a partire dal 1944.

Anche Monfalcone consta tutt’oggi di numerosi ricoveri antiaerei. La Galleria Rifugio fu costruita a partire dalla primavera del 1943. Lo scavo, con accesso da Piazza della Repubblica, si sviluppa per circa 130 metri coassialmente a Salita Granatieri. Superato il sedime ferroviario Monfalcone – Trieste curva di 90° per procedere per altri 130 metri parallelamente alla linea ferrata, sfociando sul Carso in una profonda trincea scavata nel 1917. Già operativa durante il primo bombardamento aereo, il 19 Marzo 1944, la galleria non fu mai completata: oltre alle aree riservate ai Vigili del Fuoco e “Per gli ammalati” furono costruiti l’ufficio sanitario e il vano dei gabinetti. 

Dall’estate del 2025 la Galleria Rifugio di Monfalcone è diventato uno spazio museale aperto al pubblico grazie all’importante intervento di riqualificazione che ha visto il consolidamento strutturale, l’apertura di parte dello storico ingresso dalla piazza e un emozionante allestimento museale immersivo con tecnologie multimediali, timeline luminosa, sagome parlanti e reperti storici.

Vi sono altri ricoveri antiaerei nelle vicinanze: da piazza della Repubblica, dopo aver percorso Corso del Popolo, si nota sulla sinistra l’imboccatura di Salita Mocenigo. Dopo aver superato il sottopasso ferroviario si giunge a un bivio: il sentiero in salita porta alla sommità di q.ta 98, quello che costeggia la linea ferrata porta alla trincea Joffre prospiciente la stazione FS. Tra questi due sentieri che conducono a luoghi noti della Grande Guerra del Carso monfalconese sorge un complesso di strutture e gallerie la cui costruzione è anch’essa ascrivibile al primo conflitto mondiale: negli anni 1940-45 furono adibite a ricovero antiaereo. Anche la Grotta Vergine e la grotta dei Pipistrelli presso la trincea Joffre vennero riutilizzate a tale scopo per gli abitanti di via Romana.

1. Trieste.
Ingresso del complesso sotterraneo
della Seconda guerra mondiale con rifugi antiaerei italiani e tedeschi. Via Fabio Severo, Trieste (di fronte alla sede RAI). Per informazioni www.cat.ts.it.

2. Monfalcone.
È consigliabile parcheggiare in via Giacomo Matteotti (parcheggio nei pressi del liceo M. Buonarroti) per spostarsi a piedi verso Piazza della Repubblica

Al termine del percorso suggerito, rientrare al parcheggio di via Matteotti partendo da Salita Mocenigo dopo aver visitato la trincea Joffre con la Grotta Vergine e dei Pipistrelli.

La Grande Guerra sul Carso Goriziano – Silvo Stok

La Grande Guerra sul Carso Goriziano

Silvo Stok

Il percorso che vi presento permette di acquisire una panoramica complessiva del Carso della Grande Guerra con particolare riferimento alle prime sei battaglie dell’Isonzo.

Dall’Isonzo che scorre sotto il ponte di Sagrado, attraversato il borgo, si risale progressivamente il pendio carsico di Castelnuovo raggiungendo il comprensorio dell’omonima Villa. Questa zona fu teatro di cruenti scontri tra la prima e la seconda battaglia dell’Isonzo che si estesero quindi ad est, lungo la direttrice della trincea delle Frasche, conquistata dalla brigata Sassari il 13 novembre 1915. Il Parco e la Villa di Castelnuovo divennero sede di comandi, accantonamenti di truppe, infermerie, dei quali conservano innumerevoli tracce. 

L’incantevole luogo oggi ospita il Parco Ungaretti, parco letterario dedicato al sommo poeta che partecipò al conflitto combattendo sul vicino Monte San Michele. Proseguendo verso San Martino del Carso si attraversa la linea della Trincea delle Frasche da dove sono raggiungibili i monumenti dedicati alla Brigata Sassari ed a Filippo Corridoni. San Martino è il paese simbolo del fronte carsico; allora traforato dalle trincee difensive austroungariche venne completamente distrutto durante i combattimenti. Un piccolo museo gestito dal Gruppo Speleologico Carsico conserva diverse testimonianze e cimeli provenienti da codesto teatro di guerra. La “Via Sacra” conduce , in mezzo al “vecchio” e conteso campo di battaglia, alla cima del monte San Michele, divenuta dal 1922 Zona Sacra monumentale. Il panorama si estende a 360 gradi così da poter apprezzare l’importanza strategica del luogo. Un piccolo museo multimediale della Grande Guerra permette di fruire della “virtual reality”. Il museo all’aperto circostante permette da un lato la visita ad una serie di vestigia, dall’altro di percorrere uno specifico itinerario dedicato a Giuseppe Ungaretti. 

Scendendo, si attraversa l’abitato di Vrh – Cotiči (San Michele) dove gli orti servirono da cimiteri per i difensori ungheresi (possibilità di visitare in zona due complessi di gallerie cannoniere), arrivando quindi in fondovalle a Rubbia nei pressi dell’omonimo castello che domina il passaggio sul Vipacco. Dal vicino villaggio di Gabria che ospitò nel secondo dopoguerra Paolo Caccia Dominioni, si imbocca il Vallone, importante elemento orografico che separa il Carso isontino da quello sloveno o di Comeno (teatro dei successivi combattimenti conclusisi con la battaglia di Caporetto, del 24 ottobre 1917). Essendo una zona ben riparata funse da luogo di collegamento e sosta di seconda linea, dapprima per le truppe austroungariche e successivamente per i reparti italiani; rimangono sparsi dappertutto resti di molteplici infrastrutture, monumenti e numerosi cimiteri di guerra. Passato l’importante snodo viario di Devetachi si entra nell’abitato di Visintini dove è stata ristrutturata una chiesetta di guerra, a ricordo dei soldati ungheresi.

Raggiunta la Sella di Boneti si svolta a destra in direzione di Doberdò; il panorama si apre ampio verso sud dominando l’ampia conca dell’omonimo lago carsico. Una breve seppur ripida deviazione a piedi permette di raggiungere “casa Cadorna” ed il relativo villaggio di guerra abbarbicati tra le rocce. Sullo sfondo si sviluppano le alture del fronte carsico meridionale che dal monte Sei Busi, si estendono con le quote di Selz, Cosich, quota 144, fino al monte Ermada. Da Doberdò (con l’attiguo Centro Visite Gradina), si svolta verso Ronchi dei Legionari attraversando le linee trincerate contrapposte che si snodano lungo il ciglione carsico scendendo quindi nella pianura sottostante a Selz e a Ronchi. Seguendo ora la statale SS305 ai piedi del Carso si notano i cipressi che connotano il sito di Redipuglia con l’imponente Sacrario Militare. Nel sito si possono visitare inoltre, il Museo Militare, il Colle Sant’Elia, il Museo Multimediale presso la stazione ferroviaria e più sopra il campo di battaglia del Monte Sei Busi con la Dolina del 15° bersaglieri. Proseguendo si rientra brevemente, passando per Fogliano, a Sagrado dove si conclude l’itinerario.

  1. Castelnuovo – Parco Letterario di Ungaretti
  2. Saliente delle Frasche
  3. San Martino del Carso – Museo della Grande Guerra (Gruppo Speleologico Carsico)
  4. Monte San Michele – Zona Monumentale – Museo Multimediale del San Michele – Cannoniere del San Michele
  5. Vrh (San Michele del Carso) Cannoniere di Cotici e del Brestovec
  6. Rubbia – Castello di Rubbia – Ponte sul Vipacco
  7. Gabria – Casa/alloggio di Paolo Caccia Dominioni – Imbocco del vallone del Carso
  8. Devetachi – Cimiteri di Devetachi – Itinerario del monte Brestovec
  9. Visintini – Cappella Ungherese
  10. Sotto Castellazzo – Itinerario di Casa Cadorna – Vista sul lago di Doberdò
  11. Gradina – Variante breve, con ampio panorama – itinerario del Gradina
  12. Sella di Selz – Monumento Brigata Pinerolo
  13. Selz – Itinerario di Quote 65 e 70
  14. Ronchi dei Legionari – Monumento all’impresa di Fiume
  15. Redipuglia – Sacrario Monumentale – Colle di Sant’Elia – Itinerario del Monte Sei Busi (Dolina e Trincee) – Museo Multimediale Staz. ferroviaria di Redipuglia
  16. Fogliano – Cimitero Austro-Ungarico

Itinerario aggiuntivo “Sui luoghi di Ungaretti”

Molteplici sono gli itinerari dedicati al sommo poeta, dai più semplici, ai più articolati. Quello proposto parte dalla piazza di San Martino del Carso, luogo emblematico soprattutto per l’omonima e conosciutissima poesia dedicatavi dal poeta. La prima parte dell’itinerario si snoda lungo la dorsale che conduce al monte Stella e a Bosco Cappuccio, permettendo di spaziare sull’intero campo di battaglia di questo settore con ampia vista del Vallone di San Martino (Vanisella), le cime del Monte San Michele, la pianura sottostante con Gradisca ed a sud il Carso di Castelnuovo. Si scende progressivamente nel Vallone, chiamato dai soldati “Vallone della Monte” dopo il lancio dei gas asfisianti del 29 giugno 1916. Attraversata la strada si toccano le pendici di Quota 141, seconda linea italiana dopo le prime due battaglie dell’Isonzo. Si risalgono le pendici del monte San Michele su vecchie carrarecce fino ad imboccare il Valloncello dell’Albero Isolato che si percorre fino alla prima linea italiana. Seguendo quest’ultima, presidiata assieme ad altri reparti dalla brigata Brescia, si intercettano le testate di altri Valloncelli tra i quali quello di Cima Quattro. All’inizio di un tratto di trincea ripristinato e visitabile si risale il pendio sulla destra e superata la strada soprastante lungo il “sentiero dei Cippi” si perviene alla Cima Quattro contraddistinta dalla Colonna dedicata al 19° reggimento fanteria della Brigata Brescia. In breve, seguendo la dorsale si giunge al comprensorio di Cima 3 che presenta diverse emergenze storico-monumentali. In senso orario si incontra il piazzale principale sommitale, punto centrale della “Zona Sacra”, dove è possibile visitare il Museo Multimediale immersivo e le attigue cannoniere. Dalla soprastante Cima 3, con vista che spazia a 360°, si riprende la conca sottostante per scendere lungo un’agevole sterrato a San Martino del Carso. Quasi tutti i toponimi dei luoghi attraversati trovano citazione nelle poesie del “Porto Sepolto”. Nota: come alternativa di discesa viene proposta una variante che dipartendosi da Cima 3, ritorna a Cima 4 lungo il settore meridionale del “sentiero dei Cippi”, dalla quale è possibile scendere direttamente lungo un’evidente tracciato, più ripido e sconnesso (prima linea austroungarica), verso il Valloncello dell’Albero isolato (due attraversamenti stradali) per superare ed attraversare il famoso e conteso pianoro di “Cappella diruta”, sopra San Martino (la vecchia chiesa del paese).

Itinerario escursionistico E (trekking): SUI LUOGHI DI UNGARETTI

Inizio introduttivo – CASTELNUOVO – Parco letterario di Ungaretti

P/A (partenza/arrivo) – SAN MARTINO DEL CARSO

    1. Fontana di San Martino
    2. Poesia di San Martino
    3. Museo di San Martino
    4. Bosco Cappuccio
      sotto quota 141
      Vallone di San Martino
      Valloncello dell’Albero Isolato
      Trincee di prima linea italiana
      Valloncello di Cima 4
    5. CIMA 4 – Monumento al 19° reggimento fanteria
    6. Museo multimediale del San Michele
    7. CIMA 3 – sommità – Punto panoramico e monumento
    8. Sopra San Martino – Cippo IV° reggimento Honved

     

    Itinerario: trekking facile

    Durata: 3 ore senza soste

    Difficoltà: bassa/ facile

    Periodo: tutto l’anno (consigliato dall’autunno alla primavera inoltrata)

    Abbigliamento: da passeggiate in natura (scarpe da trekking)